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 Già fin dal titolo “Luna d’autunno”, s’intuisce l’atmosfera che si respira tra i versi della giovane poetessa peruviana Fátima Rocío Peralta García.
La luna, lì sospesa proprio in mezzo all’universo del mistero umano, sempre così tanto amata e cantata dai poeti, e da questi sempre vista come interlocutrice privilegiata, rappresenta la meta agognata e mai raggiunta, il desiderio più alto e più lontano ove trovare risposte alle tante domande disattese, e allo stesso tempo è rifugio delle inquietudini dell’animo umano. Bisogna alzar lo sguardo verso l’alto per mirar la luna, e già questo è segno d’una affannosa ricerca di sublimazione d’una realtà terrena nei cui meandri il pensiero si smarrisce e s’inquieta.
L’autunno è la stagione che segue alle follie dell’estate, può essere un momento di pausa per la riflessione, con la pioggia che già discende sulla terra simile a lavacro e le prime foglie cadute sull’asfalto che qualche forte folata di vento fa danzar nell’aria, quasi donando in quell’istante vita alla morte. L’aria, in questo periodo dell’anno è grigia, spinge al raccoglimento, all’elaborazione mentale dell’essenza della vita.
E in questa raccolta poetica è un vero pregio che una così forte sintesi giunga a compimento con una dolce e sensibile pacatezza. Le parole che s’intrecciano nei versi sono sussurri e proprio per questo più facilmente pervengono ad una rapida comprensione, giacché è proprio nella distensione dell’animo che meglio s’ascoltano le voci del silenzio, quel silenzio che tanti segreti apre all’ispirazione del poeta.
Fátima s’avvolge nella natura, di cui ella stessa è parte integrante, perché è lì che vuole affrontare una sua intima e sofferta ricerca per giungere ad un approdo che almeno un poco rassereni il suo animo trepidante e sensibilissimo. Ed è lì che scopre il più alto dei segreti, cioè che la vita si muove nello smarrimento notturno pur coperto di placida rugiada ma nessuno dei misteri può svelarsi: “Il vento colpisce nella notte, / avvolto da rugiada, / stila le sue parole / ceneri del silenzio...”. Nemmeno nel silenzio della notte riusciamo ad aver risposte con parole certe, all’alba queste non sono che un cumulo di cenere, perché al di là di tutto, oltre la nebbia dell’evento inesplicabile, non vi è che “arcana solitudine” (Al di là).
Eppure, nonostante questa premessa, andando avanti nella lettura delle sue poesie, mai s’avverte un’ombra di rassegnazione perché non c’è e non ci sarà alcuna resa da parte sua e nulla viene concesso ad improbabili compromessi. È nell’ambito della natura che ella sempre rimane, una natura che seppur inquinata non solo da veleni industriali, resta il primordiale rifugio dalle umane apprensioni.
Le ingiustizie e le preoccupazione delle cose del mondo purtroppo non possono che convivere con l’uomo e di conseguenza turbarlo, soprattutto questo accade agli animi più sensibili e sofferenti; e da qui prorompe l’intima necessità, non solo di sentirsi, ma d’essere linfa vitale del creato così, come fin dalla genesi, l’Artefice aveva predisposto. È inevitabile allora che emerga verso se stessa l’incessante richiesta d’un conflitto che la spinge a misurarsi con la sua origine d’immagine divina, mediante una immersione totale e perenne nell’ambito della Natura, ora inteso in senso più ampio e universale che non può che giungere fino al Divina Essenza. Ella stessa lo afferma con un ossimoro affascinante ed efficace: “Sul lago della luna d’autunno / al tramonto dell’alba”.
Tutto ancora si muove nella sostanza e nella metafora della “Luna d’autunno”, titolo più che adeguato per questa pregevole raccolta poetica.
A questo punto, quindi, non poteva mancare il ricorso a frequenti riferimenti biblici, in particolare tratti dai libri vetero-testamentari del Salterio e del Cantico dei Cantici che, forse più di altri, ci propongono una forte attenzione verso la sofferenza umana di cui, in un continuo ed implorante rapporto, a Dio si chiedono continue spiegazioni e soprattutto incessanti invocazioni di aiuto; poi, e questo è molto importante, si tratta di libri di elevata valenza poetica. Sorprende, ma nel contesto fin qui descritto, non più di tanto, la scelta del Cantico dei Cantici, ossia il Cantico per eccellenza, in cui, in un susseguirsi di poemi d’amore che molto concedono all’erotismo, narra, più che di Dio, della reciproca passione nata tra un amato ed un’amata, che si raggiungono e si perdono, si cercano e si trovano: “...e le mie mani stillavano mirra, / fluiva mirra dalle mie dita” (Dal cantico dei Cantici 5,5), cui l’autrice, in maniera mirabile, rapporta la mirra con il frutto del dolore “Mirra d’argento / riposa nel mio velo” (Lacrima).
L’autrice si nutre di tutte le meraviglie della Natura con la quale vive in perfetta simbiosi, è qui che ella assimila concetti per la sua poetica, messaggi da dare a un mondo sempre più distratto. L’allodola nel vento, la farfalla alla riva dell’alba, i boschi di silenzio, i sorrisi d’inverno, l’incanto di una stella, la pioggia e briciole di primavera.
Nel totale amore e nella passione che ne consegue, Fátima può ritrovarsi vera nell’alto Mistero indecifrabile del Creato, assimilare silenzi e percezioni per farne versi, dove può accadere che la povertà è una “fisionomia dell’anima” (Povertà) ma anche sentirsi “ramo d’olivo sulle morte foglie” (Diluvio).

 

Antonio Ragone

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